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Margaret Mead nel 1949 nel suo testo antropologico che riguarda le differenze tra i due sessi esplorate in sette culture primitive dei Mari del Sud e nella nostra cultura ad alto livello di complessità, si poneva una serie di domande che sono a tutt'oggi di stringente attualità:
Cosa debbono pensare gli uomini e le donne della loro mascolinità e della loro femminilità in questo ventesimo secolo nel quale tante delle nostre vecchie idee hanno bisogno di essere rinnovate? Abbiamo forse troppo addomesticato gli uomini e negato il loro spirito di avventura (…). Abbiamo forse sviato le donne dalla vicinanza ai loro figli insegnando loro a cercare una occupazione invece che la carezza di un bimbo, una carriera sociale in cui si lotta per far strada piuttosto che un posto sempre uguale presso un focolare acceso? Educando le donne come uomini abbiamo commesso qualcosa di disastroso per le une e per gli altri o abbiamo fatto un passo avanti nel compito ricorrente di perfezionare la natura umana originaria? (Mead, , p. 12).
Ma esiste una natura umana originaria connotata diversamente tra maschio e femmina? Esistono realmente, oltre che quelle anatomiche, altre differenze ugualmente derivate da quelle biologiche che, sebbene celate dalle caratteristiche culturali di ciascuna civiltà, siano altrettanto reali? Oppure l'assegnazione di ruoli e di qualità umane diverse fra i due sessi è una sovrastruttura socialmente definita, ma non corrisponde ad una radicale differenza di fondo, quanto ad una distribuzione conveniente per la società, tanto che sarebbe antieconomico trascurarla? (Mead, , p. 17, passim).
La ricerca antropologica sembra propendere per questa seconda ipotesi. Essa infatti ha sottolineato l'estrema diversità fra ciò che si considera specificamente maschile e specificamente femminile da società a società e da cultura a cultura. Ruoli, qualità umane, tendenze, attitudini che in una certa cultura vengono attribuite all'uomo, in altra