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Contributi di: John Bowlby, Donald Meltzer, (Inghilterra); John E. Gedo, Robert Langs, George E. Pollock, (Stati Uniti); Johannes Cremerius, (Rep. Fed. Tedesca); Gaetano Benedetti, Arno von Blarer, Paul Parin, (Svizzera); Alessandro Calvesi, Giampaolo Lai, Romolo Rossi, (Italia).
Scrivere di tecnica è difficile in quanto, chi scrive, inevitabilmente è portato a teorizzare ciò che fa nella propria stanza d'analisi. Se questo è utile per confrontare le idee, non lo è altrettanto per confrontare la pratica.
Le opere classiche sulla tecnica (…), per quanto eccellenti, forniscono solo una falsariga, in quanto non descrivono abbastanza particolareggiatamente cosa fa effettivamente lo psicoanalista quando analizza un paziente; cosicché, ad esempio, analizzare una resistenza può significare una cosa per un analista e una cosa sorprendentemente diversa per un altro, anche se ciascuno dei due crede proprio di analizzare una resistenza, secondo i canoni classici della psicoanalisi (Greenson, 1972, pag. 5).
D'altra parte sembra difficile discutere di tecnica, non solo fra appartenenti a diverse « scuole » (questo sembra addirittura impossibile) ma
anche all'interno delle singole scuole non è infrequente, quando un collega presenta un caso, sentir commentare: « Questa non la chiamerei analisi ». Questo tipo di reazione, fra l'altro, è uno dei maggiori deterrenti che
* Ringraziamo per la collaborazione i colleghi Paul Parin, Alberta Emiliani e Paolo Migone.
** Via Garibaldi 3, 40124 Bologna.
*** Clinica Psichiatrica dell'Università di Bologna, Via S. Luca 9/2, 40135 Bologna.
Page 241inducono a non presentare i propri casi ai congressi delle società psicoanalitiche (Schafer, 1983, pag. 270).
Inoltre