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Nel 1968 mi sono diplomato presso un Istituto psicoanalitico classico degli Stati Uniti e ho cominciato la mia pratica clinica come psicoanalista classico. Nel corso della mia formazione avevo imparato a pensare al transfert come a una proiezione di problematiche intrapsichiche del paziente e non come a parte di un fenomeno appartenente all'interazione tra me e l'analizzando. Secondo questa concezione si facevano inferenze sul contenuto manifesto delle associazioni del paziente. L'elemento chiave inconscio e l'anello mancante nel materiale del paziente si diceva che avesse a che fare con fattori genetici dei quali il paziente non era consapevole, e che erano responsabili delle sue reazioni distorte nei confronti dell'analista. Queste idee per me erano abbastanza rassicuranti, anche se non ero consapevole di questa loro particolare funzione. Bastava che io fornissi un setting psicoanalitico e ascoltassi e potevo, legittimamente, ritenere il paziente responsabile delle regressioni e delle distorsioni che si manifestavano davanti ai miei occhi. Mi era stato detto che io potevo contribuire al processo analitico mediante interventi giusti o sbagliati, ma io ero impossibilitato a capire — anche se inavvertitamente — la complessità dei miei contributi concreti all'esperienza terapeutica del paziente e alle vicissitudini di quella che io chiamo la sua follia. Il paziente era sempre responsabile di quello che accadeva nella terapia, io ero responsabile soltanto in alcune occasioni.
Nel 1970 incominciai a scrivere un libro sulla tecnica della psicoterapia psicoanalitica. Data la mia impostazione metodologica, presi anzitutto in esame il processo dell'ascolto psicoanalitico e cominciai a studiare il modo col quale noi comprendiamo il materiale del paziente. Mi resi presto conto che le associazioni del paziente non erano pure e semplici proiezioni del suo stato intrapsichico, ma erano risposte a stimoli precisi, e quindi avevano una natura sia adattiva che interazionale. In segu