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Vorrei rispondere alla seconda domanda che mi è stata posta, se cioè io abbia modificato la mia tecnica psicoanalitica rispetto all'inizio della mia attività. Innanzitutto vorrei integrare l'espressione « io ho modificato », che esprime una modifica attiva, cognitiva e teoricamente fondata, con l'espressione « la tecnica si è modificata ». Essa accenna a modifiche sopraggiunte nel corso di processi esistenziali, quali l'invecchiare, l'avere dei figli, le esperienze vissute attraverso la malattia, le crisi esistenziali, i contatti con culture straniere, ecc., che hanno impercettibilmente mutato la mia immagine del mondo, le mie idee riguardo all'umanità, le mie scale di valori, la mia capacità d'amare e la mia tolleranza.
Dal momento che la formazione della tecnica, così come il suo perfezionamento, hanno luogo per un periodo di vari anni in un contesto didattico, vale a dire sotto l'influenza di maestri, vorrei occuparmi innanzitutto di essa, soprattutto per il fatto che lo sviluppo professionale dell'analista è segnato per anni, in maniera decisiva, dall'identificazione con il suo analista e dal distacco da questi.
Appartengo a quella generazione che, dopo la seconda guerra mondiale, cominciò la formazione psicoanalitica a Berlino, o nella parte occidentale della Germania. La situazione era caratterizzata dal fatto che soltanto a Berlino esisteva una formazione professionale organizzata secondo le norme dell'Ipa (a partire dal ). Qui insegnava un piccolo gruppo di analisti sopravvissuti al regime nazista. Nella parte