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Tecnici della guarigione psichica, aritmetici della conoscenza sociale, sintesi di risultati operativi il cui prezzo è la riduzione a dimensione euristica del pensare. Collezionisti di dati si raggruppano nella ricerca e talvolta la tecnica, additata responsabile di scissione dell'umano, lascia il posto ad un indifferenziato bisogno di sintesi dove l'irrazionale emerge come ideologia d'una prassi in cui esperienza è stereotipa ripetizione. Rifiuto a trarre conseguenze dal dato di conoscenza, mondo di tecnici dell'interdisciplinare come luogo d'incontro istituzionale, rinuncia al pensare pubblico, pensiero privato attutito nel dato e nell'oggettività, mitico criterio di cittadinanza scientifica (1).
1. Con questo discorso tratto dall'editoriale del suo primo numero, questa rivista si proponeva vent'anni fa di collocare i problemi attinenti l'applicazione clinica-terapeutica della psicologia dinamica e della psicoanalisi nell'ambito del dibattito, allora molto vivace, sulle scienze dell'uomo nella convinzione di poter operare un confronto dialettico tra gli approcci teorici (sociologia, psicologia, antropologia) per la costruzione e lo sviluppo di una teoria e di una pratica del cambiamento dell'uomo e delle sue istituzioni sociali. Riprendere questo discorso oggi, che questo dibattito appare se non superato, certo molto meno vivace, e la psicoterapia si è imposta soprattutto come tecnica egemone in psichiatria, fa correre il rischio in cui è caduto Alexandre Dumas con il suo romanzo Vent'anni dopo di riproporre una avventura già consumata. D'altra parte la storia di questi venti anni di psicoterapia nei servizi pubblici esige una analisi e una riflessione alla luce di quei nodi problematici che fin da allora erano stati individuati con chiarezza.
Già nel 1977 Renato Rozzi, intervenendo su Aut-aut a proposito del ruolo avuto dalla psicologia nella tumultuosa evoluzione della cultura sociale di quel periodo, diceva: