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In un articolo denso di problematiche apparso sul numero di marzo di quest'anno di Prometeo dal titolo: «Gli scienziati hanno bisogno della filosofia? » abbiamo letto il seguente passo:
In una misura inimmaginabile fino a pochi decenni fa, gli scienziati hanno scoperto che esiste una moralità che la scienza richiede a se stessa, anche se simili preoccupazioni sono espresse per ora solo da una piccola parte della comunità. (Gerald Holton)
Questa riflessione ci sembra adatta per indicare il senso per noi più importante di questo nostro lavoro. Il tema generale del convegno ** è infatti una sfida alla scienza psicoterapica ad interrogarsi sulla capacità di chiedere a se stessa un autentico rigore morale. Per rigore morale intendiamo una delle caratteristiche del pensiero umano riflessivo: la possibilità di definire in categorie logiche esplicite la relazione tra presupposti epistemologici ed obiettivi scientifico-operazionali. Tale relazione può diventare esplicita se è continuamente articolata su di un referente terzo invariante. Per Socrate tale referente era la ricerca della verità come coerenza ed i Dialoghi platonici sono un esempio insuperato di moralità scientifica.
La medicina pone il suo polo di significazione da millenni nella proposizione di Ippocrate: « Agli infermi raccomanderò le cure opportune, che a loro convengano, secondo le mie capacità ed il mio discernimento… ». Il singolo medico può contraddire tale dettato; la medicina esiste come scienza in quanto organizza via via ogni modello conoscitivo ed operativo su tale polo. Ogni medicina, da quella sciamanica a quella tecnologica attuale, si riconosce in questo mandato e su questo mandato confronta la moralità delle sue procedure scientifiche. Da