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Non sempre la rapida ed estesa diffusione di certe espressioni gergali devono la loro fortuna alla chiarezza semantica o alla univocità dei riferimenti pragmatici. Capita spesso di accogliere rapidamente e di ripetere con grande insistenza espressioni che, nate in un momento critico del loro alveo culturale o istituzionale, sembra che ne denotino la soluzione, ma che, a ben guardare, non sono altro che indicatori di una direzione o di un senso, seguendo il quale una soluzione pratica potrà forse essere successivamente trovata. Se, invece, si assumono questi enunciati come definizioni di campo, pratico o teorico, e non soltanto come linee di tendenza, si rischia di perpetuare la crisi da cui essi sono nati, pur se il conseguente stato di confusione trova conforto in una sorta di certezza di muoversi nella direzione ‘giusta’. Ma questo conforto ha per lo più limiti stretti e breve durata.
Questo è quel che mi sembra che capiti con l'enunciato « struttura intermedia ». È circa un decennio che questa espressione rimbalza dai discorsi degli operatori psichiatrici ai discorsi di amministratori e politici, e di tanto in tanto, un po' qui e un po' là, essa prende corpo in iniziative concrete quali i day-hospital, i laboratori protetti, le comunità-alloggio e, molto più raramente, vere e proprie comunità terapeutiche. Questo enunciato, nato dalla grande utopia della de-istituzionalizzazione della psichiatria, ne ha conservato spesso la baldanza ideologica senza però acquisire una consistenza teorica e quindi uno spessore organizzazionale adeguato. A ondate successive sempre nuove schiere di operatori psichiatrici si lanciano in imprese riferibili a questo enunciato, ma l'esito di tanti entusiasmi e di tante abnegazioni consiste il più delle volte in amare rinuncie o in minute gestioni asilari.