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Il paradosso del perfetto allievo (De Maria, in I, 86) connota negativamente questo lato del paradosso: più l'allievo, per studiare il suo strumento, cerca di essere perfetto allievo, più la sua arte ne soffre. Cosa deve credere il lettore? Deve credere che meno l'allievo cerca di essere perfetto allievo (più l'allievo cerca di essere se stesso, autós, autentico, autorevole, ipse etc.) e più la sua arte ne gode? Ma allora che ne è dello studio? Si deve credere che non sia necessario? Come lettore mi oriento a intendere questo paradosso come un messaggio sull'impraticabilità di ambedue i suoi versanti: né tutto maestro e niente allievo e niente arte, né niente maestro e tutto autore e tutta arte. Che cosa allora? Un po' di ciascuno degli elementi. Ma quanto? E se fosse realistica e attuale la rappresentazione totalitaria del regime vigente all'interno delle varie parrocchie dell'agorà psicoanalitica, che De Maria pone a contesto del suo paradosso, quanto si potrà dire « sine ira et studio »? Fidandomi della supposizione che l'agorà psicoanalitica si comporti come una comunità scientifica e non come una piazza di paese, riesco a convertire la mia preoccupazione in studio e ad eseguire la mia sonatina. Metto prima una mano avanti: De Maria vorrà scusarmi se forse si sentirà estromesso dal suo