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Ai suoi inizi la psicoanalisi incontrò negli ambienti scientifici internazionali fortissime resistenze, che talvolta si basavano su pregiudizi causati dall'impossibilità di leggere i testi originali di Freud in quanto mancavano le relative traduzioni. L'importanza attribuita a queste ultime per uno studio corretto del pensiero di Freud è chiaramente desumibile dal fatto che nel «Bericht über die Fortschritte der Psychoanalyse» (1) — alla fine di ogni relazione —, oltre ai contributi originali sull'attività psicoanalitica nei vari paesi, s'indicavano anche le traduzioni nelle diverse lingue e, in taluni casi, anche un breve commento ad esse. Apprendiamo così che nel 1919 né la Francia né la Spagna disponevano di alcuna traduzione di Freud, mentre nel paesi anglosassoni le traduzioni erano otto, in Russia quattordici e in Ungheria si erano tradotte praticamente tutte le opere di Freud soprattutto grazie all'interessamento di Ferenczi. La situazione italiana non era delle migliori: infatti esistevano soltanto le due traduzioni a cura di Levi-Bianchini (Sulla psicoanalisi e Il sogno), uno degli psichiatri che con più entusiasmo si adoperarono a favore della psicoanalisi anche se non sempre col necessario rigore scientifico, tanto che anche le sue traduzioni risultano ”altamente fantasiose” (2) per Elvio Fachinelli, e la versione italiana della Gradiva a cura di due dottori triestini Benedicty e Vivante.
Fu soltanto con l'opera di Edoardo Weiss, che tradusse le Vorlesungen zur Psychoanalyse nel 1922 — Introduzione allo studio della psicoanalisi — che il mondo medico e molta parte dell'intellettualità di quegli anni poterono