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Come può essere fatto un giovanotto che all'inizio degli anni ottanta, millenovecentottanta, un mattino si sveglia e scommette con la sua immagine insonnolita allo specchio: «Farò un inventario di tutti gli scritti di psicoanalisi sull'arte»? Come si muove, come ragiona, come guarda le cose ancora vive fuori dalle biblioteche, il circuito di Montecarlo, la pioggia atomica, le braccia nude e le gambe delle ragazze sulla piazza assolata? Stefano Ferrari ha pubblicato presso la casa editrice Pratiche di Parma il risultato della sua scommessa vinta nel 1985: «Psicoanalisi, arte e letteratura». Un libro di 515 pagine, con 6.925 titoli di lavori pubblicati dal 1900 al 1983, con un indice dei nomi di 28 pagine, un indice tematico di 25 pagine attorno a 283 temi, ecc. Sono andato a trovare l'autore. Magrolino, con una barba rossiccia, un sorriso timido parsimonioso, molto cortese, un po' evasivo, appare decisamente più giovane dei 37 anni dichiarati. Abbiamo parlato assieme per un'ora e mezzo.
Stefano Ferrari si è laureato in Estetica a Bologna, nel 1972, con una tesi sulla psicoanalisi dell'arte. Lavora attualmente come ricercatore presso il dipartimento di Filosofia dell'Università di Bologna, e tiene seminari di letteratura e psicoanalisi, per gli insegnamenti di Estetica e Psicologia dell'arte del Dams (Discipline Arte Musica e Spettacolo). I suoi referenti culturali li trova in due versanti. Prima di tutto in Luciano Anceschi, suo maestro, rappresentante della nuova fenomenologia critica, con radici in Husserl e da noi in Banfi, che nel campo dell'estetica ha incoraggiato all'interno della sua scuola, pur non occupandosene personalmente, anche ricerche sulla psicoanalisi dell'arte. Il secondo referente culturale è invece Freud. Nonostante l'apparente incongruità di questa accoppiata, Ferrari ritiene che esistano precise corrispondenze tra psicoanalisi e fenomenologia, almeno tra un certo modo di leggere Freud e in particolare la nuova fenomenologia critica.
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