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Con questo libro — che non ha ancora trovato un editore in Italia — R. Jacoby porta avanti l'originale lavoro di ricerca e critica storica sviluppato in Social Amnesia. A Critique of Contemporary Psychology from Adler to Laing , pubblicato nel 1978 dalle Edizioni di Comunità. In esso l'autore ripercorreva le tappe della ”rimozione del pensiero critico”, e caratterizzava la condizione di ”amnesia sociale” che ne risulta; ciò che era noto a Freud, argomentava Jacobi, e tenuto presente solo per metà dai neo-freudiani è completamente ignoto agli psicologi contemporanei. Da qui dunque la nascita di una ”psicologia conformista”, con esplicito riferimento ad autori quali G. Allport, A. Maslow e R. May. Identica parabola è però presente all'interno dello stesso movimento psicoanalitico: è questo il dramma, ben più grave, di cui questo secondo libro si occupa. ”L'edificio della psicoanalisi — scrive Jacobi a pagina 11 — riposa sulla rimozione del suo stesso passato”.
In particolare, la tesi che l'autore tematizza è la seguente: ”la rimozione dell'orientamento dei freudiani politicamente impegnati e la rimozione della psicoanalisi sono due facce della stessa medaglia” (p. 10). Come infatti vedremo, lo scopo che Otto Fenichel ed il suo gruppo (un gruppo segreto!) si posero dopo l'avvento del nazismo al potere fu quello di salvaguardare la fisionomia della psicoanalisi classica ed il suo spessore meta-terapeutico; nemmeno la successiva emigrazione negli Stati Uniti intaccò la loro coerenza con tale impostazione, al punto che essi vennero a trovarsi in rotta sia con la scuola ortodossa che con quella revisionista, e persero la loro battaglia. In pratica, di tale loro orientamento non è rimasta traccia nella psicoanalisi americana, il cui ulteriore sviluppo percorse ”due strade contraddittorie: professionalizzazione medica e banalizzazione teorica” (p. 23). Quindi, non solo Fenichel ed il suo gruppo non riuscirono a contrastare l'”americanizzazione della psicoanalisi”, ma nemmeno