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Il concetto di «riabilitazione», preso a prestito dalla medicina somatica, indica immediatamente un processo ed un obiettivo, che va inteso — nel migliore dei casi — come reinserimento, quanto più possibile completo, nella normale vita sociale e lavorativa. Tale formulazione racchiude in sé quasi tutte le problematiche ed i concetti rilevanti. Da essa in primo luogo deriva che la riabilitazione socio-psichiatrica consegue spesso risultati solo parziali e non è realizzabile per intero. In secondo luogo, nella doppia locuzione «vita sociale e lavorativa» appaiono due assi riabilitativi più o meno distinti. Infine si potrebbe sollevare tutta una problematica generale estremamente complessa concernente i concetti di «malato psichiatrico», «reinserimento», «normale vita sociale ed occupazionale»: tuttavia, per brevità tali tematiche non saranno qui affrontate.
Fra gli autori che negli ultimi anni si sono occupati di questi problemi — come ad esempio Wing [1], Goldberg [2] e Bennett [3] in Inghilterra, Black [4], Greenblatt [5] e Barten [6] negli Stati Uniti, Häfner [7], Kisker [8] e Zerssen [9] in Germania, Gastager [10] in Austria, Jaeggi [11], Uchtenhagen [12] e Ciompi in Svizzera — noi ci sentiamo debitori soprattutto nei confronti delle ricerche portate avanti da anni dal gruppo diretto da J. K. Wing, in particolare per due concetti-base che rivestono grande importanza nella pratica riabilitativa. Il primo concetto è quello di stimolazione ottimale, il secondo è rappresentato dalla nozione di impedimento specifico, o handicap, che può ostacolare il successo del progetto riabilitativo.