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Le possibilità e i limiti del linguaggio come fatto che si realizza mediante il soggetto, nel suo rapporto con l'altro, se vengono prese in considerazione le ormai innegabili e perfino storicamente depositate influenze reciproche tra letteratura, filosofia e psicoanalisi, estendibili, naturalmente, ad altri campi contigui, non possono essere visti come problema che prescinde dal principio dell'autocoscienza, che non è lecito ridurre ai soli processi (funzioni e condizioni naturali) di autoconsapevolezza. Questi ultimi, sebbene necessari al linguagguio, e inevitabili, non sono tuttavia esaustivi di tutti ciò che esso rappresenta, né è provato che al linguaggio sia precluso l'accesso al mistero e all'ineffabile, in quanto la dialettica tra l'ineffabile e il linguaggio, lungi dal non essere ricomponibile, ne è il principale fattore di evoluzione e di stimolo alla creazione poetico-letteraria.
Per tentare però un discorso che affronti anche solo parzialmente questi problemi, mi sembra che il primo passo debba essere il riconoscimento delle delimitazioni (nascita e figura del problema) e delle frontiere (indicazione di una legge): fatto che non va inteso come rinuncia alla messa in luce di principi più generali, ma come metodo che renda possibile il delinearsi di campo di questa analisi. Si vedranno così le opere citate e prese in esame assumere la funzione di elementi integri ed integranti del nostro discorso, senza che vengano persi di vista, degli autori, l'impegno di creazione e di ricerca, le motivazioni di una crisi e l'obiettivo di messa a punto di un'estetica.
T.S. Eliot è uno degli scrittori che meglio si prestano, proprio a causa di una sua specifica posizione di ricerca, a fornire elementi utili a queste