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“Megghiu ‘ntra li prisuni stari, chi no’ ‘ntra pazzi e’ ntra catini” (meglio stare in prigione che tra pazzi e tra catene), scriveva nel 1785 Stefano Melchiore, “cappellano sagramentale infermiero” dell'Ospedale San Giovanni di Palermo, e questa sua colorita espressione è l'unica testimonianza diretta di quell'ambiente ospedaliero pervenuta sino a noi.
Si tratta di una citazione riportata da Germana Agnetti e Angelo Barbato, psichiatri di Milano, nel loro libro Il barone Pisani e la Real Casa dei Matti, che ripercorre con grande accuratezza la nascita e l'evoluzione del sistema manicomiale palermitano. Gli autori prendono in considerazione lo sviluppo dell'assistenza ai pazzi fin da quando questa (come è avvenuto anche in altre città d'Italia) divideva gli spazi con quelli destinati alla cura dei lebbrosi. Un medesimo meccanismo di segregazione, destinato a separare tali categorie di malati dal corpo principale dell'assistenza ospedaliera, una segregazione che Foucault indica come momento essenziale del rapporto secolare tra ragione e follia.
Una particolare attenzione è tuttavia posta dagli autori al periodo che va dal 1824 al 1837, epoca in cui la gestione dell'assistenza ai pazzi viene orginalmente affidata ad una persona che fino ad allora non si era mai occupata della cura della follia: il barone Pietro Pisani. Appartenente alla piccola nobiltà siciliana, Pisani non aveva cultura medica, anzi, in più di un'occasione manifestò esplicita sfiducia verso i sanitari, arrivando ad affermare che «per ben morire non vi ha alcun bisogno dei medici e la salute è nemica da loro». Agnetti e Barbato mostrano Pisani al lavoro sullo sfondo sociale del sud Italia del primo ottocento. L'impegno del barone non è solo nel ristrutturare e adattare l'edificio dell'ospizio di Santa Teresa (che diventa la Real Casa dei Matti con un decreto del ), ma anche nel sostituire all'abbandono, alla mescolanza e alla trascuratezza da lazzaretto, la lucida e amorevole cura della filantropia illum