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Circola ormai da tempo, come moneta di dubbio conio, una espressione il cui uso vieppiù corrente e inflazionato nasconde solo a stento — e necessariamente, comunque, riproduce — una serie di equivoci: «epistemologia psicoanalitica». Tale espressione — ricca di implicazioni teoretiche e ideologiche spesso inosservate o non colte, o giudicate d'altro lato «necessarie» al conseguimento di uno statuto di piena «scientificità» — sembra infatti voler ripristinare all'interno dell'immagine culturale della psicoanalisi, e paradossalmente come sua stessa «legittimazione», esattamente ciò che la psicoanalisi da sempre ha avversato al suo «esterno», smascherandone le mistificazioni e l'intrinseco autoinganno, e opponendosi criticamente ad esso sul piano sia teorico che pratico: mi riferisco, in un senso molto lato e generale, a quello che potrebbe definirsi un modulo intellettualistico di conoscenza; o — circolarmente — un rapporto di tipo «puramente empiristico» (elo «realisticoingenuo») con l'oggetto e con la realtà.
Molto schematicamente, il concetto di «epistemologia psicoanalitica» viene utilizzato a definire un'area di problemi riguardanti i «fondamenti conoscitivi» della psicoanalisi in quanto «scienza», o in quanto pretesa tale; e a definire tale area e la discussione di questa — è importante sottolinearlo — come logicamente precedente (in quanto «epistemologia», appunto, ovvero discorso sui «fondamenti» di un certo modo di «conoscere») rispetto all'area di problemi — la clinica — fondata dalla stessa «applicazione», o dall'eventuale «applicabilità scientifica», di tale «epistemologia».