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«Devi chiudere tutti i tnoi sensi, perché i sensi sono la porta da dove entra il diavolo»
Un giorno una paziente che da più di tre anni, con alterna fortuna, cerca di «curarmi» dalla paura che io ho di lei, (o dovrei dire più esattamente: delle sue parti non lei), mi disse in un momento raro in cui una struggente nostalgia del futuro apriva uno squarcio sulla nera ripetizione del passato, di aver visto, in una azzurra giornata invernale, dei pendii ricoperti di neve fresca. La neve riluceva, nei suoi singoli cristalli, come tanti diamanti e l'unica cosa che rompeva quel biancore uniforme erano le tracce di uno sciatore che era venuto giù da una di quelle creste disegnando eleganti arabeschi. «Bene, — mi disse — quello che io vorrei è lasciare anch'io una traccia. Ma una traccia mia, diversa da tutte le altre che sono costretta a seguire. Una traccia inventata proprio da me. Ecco, io non vorrei altro dalla vita, dottore.» Quell'immagine mi rapì, per la sua bellezza, ma anche mi sgomentò: come potevo io aiutare quella donna a ritrovare la sua singola, irripetibile traccia quando la sua vita era un campo di neve troppo precocemente calpestato, al punto che l'esile segno del suo passaggio era pressoché cancellato?
Molto tempo dopo questa donna, di cui ho già diffusamente parlato in un altro lavoro (cfr. «Dal romanzo dispotico al romanzo d'autore», Psicoterapia e scienze umane, n. 1, ) mi portò, quasi di seguito questi due sogni.
1° sogno: «Io e altre sue pazienti, molto più belle e intelligenti di me, venivamo a sapere che lei era sfrattato dal suo studio. Si trattava di