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A un non addetto ai lavori il termine «struttura intermedia» potrebbe far pensare a qualche marchingegno perennemente in bilico, sospeso tra due sponde alle quali può avvicinarsi senza mai arrivare a toccarle. In un certo senso, questa interpretazione letterale del termine coglie in buona parte il significato che gli specialisti gli attribuiscono; infatti quell'«intermedia» sta a segnalare la posizione che queste strutture hanno fra il manicomio e il territorio, ma anche fra l'ospedale e la famiglia, fra la dipendenza e l'indipendenza. Ora, Diego Napolitani, che di questo argomento se ne intende, allo scopo di lasciar trasparire la quota di imprevisto e di avventuroso che c'è sempre dietro ogni esperienza di struttura intermedia, suggerisce di tradurre questo termine così burocratico con quello più esplicito di «luogo di frontiera». Bene, per chi avesse voglia di entrare in questi territori dai confini incerti nei quali non si è mai del tutto sicuri degli incontri che si potranno fare, Giuseppe Ferrari e Alberto Merini hanno preparato una raccolta di scritti intitolata La lezione delle comunità terapeutiche. Si tratta degli atti del convegno «La lezione delle comunità terapeutiche per l'organizzazione psichiatrica oggi: strumenti, tecniche, progetto», svoltosi a Bologna presso l'Istituto di psichiatria «P. Ottonello» il 18 ottobre 1986.
In questo libro di incontri se ne fanno davvero tanti e così si ha modo non solo di venire a conoscenza delle innumerevoli esperienze di strutture intermedie che sono in corso oggi in Italia, ma anche di imbattersi in stili di lavoro e di esposizione molto differenziati. E subito emerge quello che è, al tempo stesso, la ricchezza e il limite di questa raccolta: si tratta di materiale vivo, poco sistematizzato, sgorgante, talora disinvoltamente proteso verso le spicciative sintesi del linguaggio parlato (come quando Massimo Marà, con la simpatica irruenza che lo contraddistingue, afferma «Attenzione psicoanalisti ortodossi, voi spesso