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Ultimi giorni del settembre 1347. Le acque del Mediterraneo sono solcate da una flotta infernale: dodici navi sfuggite all'assedio posto dai mongoli a Caffa, base in Crimea dei traffici genovesi nel Mar Nero. A bordo solo cadaveri e moribondi: sono gli appestati. Hanno contratto la terribile malattia in quella che potrebbe essere considerata la prima delle guerre batteriologiche, per quanto sia stata rudimentale. I mongoli, infatti, hanno catapultato nella città assediata, a guisa di proiettili, quelli di loro che erano morti di peste, diffondendo il morbo. Adesso le navi vagano per il mare con il loro carico di morte, ma un'insidia ancora più grave si nasconde nelle stive piene di grano: i topi. E non sono certo dei simpatici topolini di campagna, ma centinaia e centinaia di ratti, i cosiddetti «topi delle navi», con le pellicce infestate dalle pulci ricche di bacilli pestosi. Quando le navi arrivano in porto e i topi invadono le città, inizia una delle più grandi catastrofi della storia; l'ltalia e l'Europa sono percorse da un brivido di morte che alla fine avrà ucciso quasi una persona su tre.
Inizia da qui il libro di Giorgio Cosmacini Storia della medicina e della sanità in Italia, e va a fermarsi, apparentemente (per quanto riguarda la narrazione degli eventi), alla prima guerra mondiale. In realtà, però, si potrebbe dire che il suo discorso continui poi idealmente fino alle guerre future, quelle che incombono minacciosamente sull'Uomo moderno. Infatti Cosmacini fa lievitare il finale del suo libro da dotta escursione sull'evolversi della storia della medicina, ad accorata critica nei riguardi del colpevole silenzio di gran parte della classe medica nei confronti di un tema di grande rilevanza civile e strettamente connesso a quello della salute pubblica: la guerra. Al riparo della sua solida prospettiva storica, il libro può anche citare con sicurezza e mettere nella giusta luce le affermazioni di Thomas McKeown su quello che è uno dei più importanti equivoci