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Mi si invita ad intervenire, precisando però che nel n° 2-1988 non mi sono consentite più di 6000 battute (poco più di quanto potrebbe contenere la cartolina postale di un fidanzato espansivo). Dato questo limite, che rispetto, non so che pesci pigliare. Di fronte alla gran quantirà di rilievi critici e di richiami alla letteratura psicoanalitica e filosofica che mi viene proposto dai commend di Nella Guidi, Billa Zanuso e P.F. Galli mi sembra di non avere che due strade: o quella di rispondere in modo sufficientemente esauriente, o quella di non rispondere affatto. Ma una risposta dettagliata non entrerebbe nel menabò, mentre una non risposta potrebbe dar adito a malintesi che non voglio alimentare, soprattutto perché mi impedirebbe di esprimere comunque la gratitudine per l'attenzione che i tre colleghi hanno voluto dedicare al mio lavoro. Pertanto, riservandomi di rispondere più esaurientemente in altra occasione, mi accontentero di qualche commento a caldo.
Il primo moto è un vago senso di rammarico. Ho come l'impressione che quanto più i miei errori tengono banco, tanto meno si possa dar spazio al dibattito, come se «l'errore» invalidasse il resto. E questo mi dispiace, giacché sarei personalmente curioso di sapere come i colleghi si relazionano con i loro errori o come li restituiscono ai pazienti attraverso la trasparenza. D'altronde è noto che «esporsi» con un caso clinico è rischio da kamikaze. Resta il fatto che i rilievi «sincronici» dei miei commentatori mi sono preziosi (che bello fossero arrivati due anni fa!). La scelta di un metodo che fa della trasparenza un vincolo operazionale è difficile, sia perché contrasta con antiche tirannie culturali, sia perché v'è sempre il rischio di cedimenti a tentazioni manipolatorie o auto-consolazioni pietistiche, per altro, nel mio caso, correttamente rilevate. I miei commentatori hanno individuato la «scivolata», ma l'errore che loro evidenziano