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C'è voluto il tempo di una generazione perché il libro di Leo Stone, La situazione psicoanalitica, pubblicato a New York nei 1961, venisse tradotto in italiano, e diffuso in Italia per merito di Alessandro Bonetti e dell'editore Piccin; e un altro po' di mesi perché venisse fatto circolare sui tavoli delle redazioni. Il distacco è sufficiente per consentirci di leggere questo lavoro non solo come una riflessione teoretica e tecnica sul dispositive psicoanalitico ormai stabilmente denotato col termine di setting, ma anche come una testimonianza storica risalente al momento di maggiore efflorescenza del pensiero analitico e della sua maggiore capacità d'irradiazione nei vari domini della cultura, dai campi dell'arte e della letteratura a quelli più specifici della psicologia e della psichiatria. Il libro si situa infatti allo scadere del periodo di euforia e di fermento degli anni Cinquanta, nei quale la psicoanalisi, dopo l'interruzione della guerra mondiale, ha riaperto il suo discorso con una serie di interrogativi, soltanto in parte affrontati in precedenza, sui propri scopi e sulle proprie procedure. Rispetto all'anteguerra, l'interesse degli studiosi appare decisamente spostato dai problemi del paziente a quelli dell'analista, dalla teoria delle nevrosi alla metodologia e alla tecnica della cura. È così che la psicoanalisi, specie negli Stati Uniti, inizia a saggiare i limiti della propria applicabilità e ad esaminare la possibilità di estenderli alle condizioni, fino a quel momento ritenute inaccessibili, delle psicosi e degli stati limite (è la questione dell'allargamento della prospettiva, del widening scope, discussa in particolare in un simposio del 1954 cui partecipa Stone); che si pone il problema delle parentele, da riconoscere o da sconfessare, con le psicoterapie «dinamiche» o «psicoanalitiche»; che tenta di valutare il significato delle variazioni della tecnica, da quelle adoperate in passato da Ferenczi o in seguito da Alexander e French ai «parametr