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Sull'onda di un film di successo, Attrazione fatale, si parla più del solito, in questi giorni, dell'amore. Dell'amore maremoto, frana, alluvione, eruzione vulcanica, terremoto, calamità naturale che sconvolge e trascina, sommuove e distrugge,
seminando terrore e morte, evocando fantasmi di peste e di untori, dando fiato ai profeti di sventura, ai macabri nostalgici di apocalittiche catastrofi cosmiche. In questo coro, ciascuno dice la sua, e si capisce, con l'autorità di chi si sente competente a trattare un argomento personale come specchio di vicende universali, ciascuno naturalmente dal suo punto di vista, tirando come può l'acqua al suo mulino. Leggendo e prestando orecchio alle discussioni si ha l'impressione che l'amore non goda di buona stampa, che l'amore non abbia molti amici. In un articolo di ieri (17 febbraio 1988) sul Corriere della sera, Giuliano Zincone sembra dire che gli assassini per amore, da quelli che sono narrati nei film, a quelli di cui si legge nelle cronache dei giornali, sarebbero una conseguenza dell'amore, che non può essere prescritto in dosi pediatriche, ma solo secondo la legge della dose da cavallo o niente. E altrettanto colpevoli che l'amore sono i suoi sostenitori, sociologi e psicologi e moralisti che si son messi in testa, quando si dice le idee balzane, di voler convincere i lettori a dare più tempo e cura ai sentimenti d'amore individuali contro la mercificazione e la massificazione dell'uomo computerizzato. Secondo Zincone, non si può avere «la botte piena e la moglie ubriaca», ossia non è possibile far andare assieme la spontaneità e la generosità dei comportamenti umani individuali senza arrivare agli estremismi della passione e alle tentazioni sovversive. Che è una tesi come un'altra, pur se tutta da dimostrare. All'insegna comunque della paura dell'amore, visto come uno dei mali principali della società. Vien da dire, tra i tanti che ci sono, forse più nocivi, almeno quello, il male dell'amore, qualche piacere, o illus