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Con involontaria convergenza, sia i difensori che i detrattori della psicoanalisi hanno preferito condurre per lungo tempo le loro battaglie sul terreno di un'ipotesi data tacitamente per scontata: si sono intesi cioè sull'idea che questa disciplina sia una sorta di teorema, del quale si debba quindi appurare se il fondamento sia sufficientemente solido e semplice, se la logica serrata e inoppugnabile, se le conclusioni operative affidabili ed efficaci. Del resto questa è anche l'immagine popolare tradizionale della psicoanalisi: e non è sempre facile riconoscere quanto sia fuorviante. In realtà, l'idea della psicoanalisi come un sistema compatto, ben fondato su una serie definita di ipotesi, è uno stereotipo che da alcuni anni sta perdendo il suo potere. Ne è forse una prova il fastidio che ormai si avverte nel ripercorrere gli enunciati che compongono la sua definizione più tradizionale: la psicoanalisi nasce dalla scoperta dell'inconscio, compiuta da Freud alla fine del secolo scorso; è un edificio teorico-pratico unitario; il procedimento analitico rende conscio il materiale rimosso e usa come strumenti le libere associazioni del paziente e le interpretazioni dell'analista; rivelando all'interessato i complessi che l'affliggono, fa scomparire i suoi disturbi nevrotici; e quanto alle ipotesi sulla natura della mente umana, esse hanno al loro centro la scoperta del carattere universale del complesso di Edipo.
Beninteso, schemi del genere non sono del tutto obsoleti: però sempre più si sono rivelati imprecisi, e la loro importanza è divenuta marginale. Uno per uno quegli enunciati vengono oggi spesso ritenuti approssimativi