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«Aprile è il più crudele dei mesi», diceva il poeta, e lo è stato anche maggio, qui a Milano. Sempre pioggia, e se piove addio passeggiate. Si sta in casa, si pensa e spesso i pensieri diventano come la pioggia. Anche il mio lavoro «Ipocrisia e trasparenza nel controtransfert», nato circa tre anni fa per vagabondare lietamente al sole, non ha fatto che prendere pioggia, o meglio delle lavate di capo. Queste sono arrivate subito, sin da quando il mio lavoro (manoscritto) aveva preso a circolare tra colleghi, congressi e seminari. Certi rilievi mi bruciano ancora adesso, se ci ripenso. Diceva uno: «Se proprio ci tieni tanto a farti conoscere, perché non distribuisci fra i tuoi pazienti un ciclostile con la tua biografia?». Risate fra il pubblico. Un altro: «Uhé, scusa, ma al passiente cosa gliene frega di conoscere l'analista. Il passiente è lì per farsi cura, mica per sentire i tuoi ball!». Eccetera. Dubbi di questo tipo li avevo anch'io. Come tutti, suppongo di avere una certa inclinazione a riposarmi nella culla sicura della ratio. In tal senso, le riserve che mi muovono, adesso, Guidi, Zanuso e Galli, mi rassicurano quanto più toccano dolorosamente sul vivo. Hanno ragione: c'è «l'errore», o quantomeno una sfasatura fra la mia teoria e la mia pratica analitica, per non parlare della distanza che corre fra la mia e la loro prassi. E tuttavia, proprio dai miei critici ho, insieme alla denuncia del peccato, la speranza di una implicita assoluzione. Che sollievo!
Se non mi fossi abbandonato alle tentazioni della «fusionalità indifferenziata», se fossi stato narcisisticamente meno fragile, se fossi riuscito a vedere le resistenze che si nascondevano dietro l'apparente collaboratività di Oscar, se non mi fossi impantanato in interpretazioni «genetico-ricostruttive»… Tutti questi «se…» accennano