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Ho letto con molto interesse sul numero 1, 1988 della vostra rivista, il caso clinico narrato da Bruno De Maria, gli interventi di Nella Guidi, di Billa Zanuso e di Galli. Particolarmente stimolanti mi sono parse le riflessioni della Zanuso. Certi suoi interrogativi riguardo l'eventuale area transferale dell'A. che ipotizzavano la possibilità di un suo agire un ”ruolo tenero” di ferencziana compiacenza, li ho sentiti brecce, aperture al senso e al dialogo, inviti ad una più ampia ed approfondita discussione, cui io stessa avrei voluto partecipare. Ogni intervento, comunque, mi è parso pertinente, scevro da qualsivoglia aprioristica vis polemica, tale da lasciare aperto il circolo ermeneutico. Ciascuno dei punti messi in discussione da Pier Francesco Galli, ad esempio, proporrebbe la necessità di un approfondimento chiarificatore da parte di De Maria di quegli aspetti che Galli coglie come contraddittori e oscuri. D'altro canto Galli propone a sua volta enunciati abbastanza oscuri nella loro formulazione semplicemente assertiva (1), tali quindi da suscitare ulteriori interrogativi. Suppongo che chi propone un percorso clinico ed una sua ipotesi di senso al riguardo sulle pagine di una rivista scientifica, nel bel mezzo, insomma, dell'agorà, non si trovi nella presunzione di offrire un «prodotto finito», un granitico monumento di assolutizzazioni, ma cerchi se mai di invitare altri nel sentiero, sulle ”tracce”, di una ricerca che egli sta percorrendo, augurandosi falsificazioni, risvegli, riconoscimenti e critiche illuminanti da parte dei colleghi. Questa è, almeno, la sensazione che io ho ricavato dalla lettura del lavoro di De Maria. La non omogeneità culturale dei dialoganti si proporrebbe, a questo fine, ricca di possibili nessi.
Ma oggi, 26 giugno 1988, apro il secondo numero della rivista alla pagina, non ricordo quale, in cui c'è un commento dei curatori, e sono costretta a constatare