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«La via più corta verso voi stessi passa attorno al mondo». Con queste parole di Hugo von Hoffmanstahl, Josef Bleicher (1980), nel suo volume L'ermeneutica contemporanea, conclude il capitolo dedicato a Friedrich Schleiermacher. Proprio in Schleiermacher, la cui filosofia può essere considerata espressione del primo romanticismo, si trova la formulazione della interpretazione psicologica come integrazione dell'esegesi grammaticale. Prima di Dilthey, suo attento studioso, egli parla del substrato della natura umana come base di ogni comunicazione, della comprensione dell'alterità, della osservazione del mondo da questa prospettiva per mettere in risalto i processi spirituali in noi stessi. Questo è il primo segno di attenzione dedicato al processo empatico, qui non ancora specificamente nominato.
Il termine empatia compare in modo esplicito e sistematico all'interno della riflessione estetica alla fine dell'Ottocento ad opera di Robert Vischer, studioso di arti figurative e di problematiche estetiche. Egli continua le riflessioni di suo padre Friedrich Theodor Vischer che, riprendendo la concezione hegeliana del bello come creazione e «riflesso dello spirito», aveva individuato nella fantasia, misteriosa forza interiore, non solo la facoltà estetica ma la fonte stessa del bello. Il bello non esiste in quanto tale, ma è piuttosto un puro atto di intuizione. Quando percepiamo un oggetto della natura, questo muore per il suo esistere naturale, ma noi lo facciamo rivivere nel suo valore «simbolico»: proprio questo valore simbolico rivela ed esprime la intima unione della natura e della fantasia, che fa si che, attraverso una corrispondenza misteriosa, un oggetto naturale possa promuovere in noi la più ampia gamma di sentimenti.