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Questa sezione è aperta al contributo dei lettori e gli interventi non sono sottoposti al parere del comitato di lettura, per cui il loro livello qualitativo impegna esclusivamente gli autori.
I dattiloscritti non devono superare le 10.000 battute, corrispondenti a 3 pagine della rivista. Si prega di non ripetere argomentazioni già adoperate da altri autori, sintetizzando i riferimenti indispensabili per la comprensione del testo.
La lettura dell'articolo di P.F. Galli, «Le ragioni della clinica» (Psicoterapia e sc. u., 3, ), mi ha fortemente stimolato, come del resto mi accade sempre quando leggo ciò che Galli scrive. Lo scritto è assai denso e ricco di problemi, ma due sono i punti che intendo cogliere e su cui riflettere un poco.
1) L'autore conduce l'attenzione del lettore su di un fenomeno che non può non colpire chi fa il «mestiere dell'analista»: la quasi totale scomparsa, da ampi settori della letteratura psicoanalitica, del termine insight. Tale fenomeno è legato alla crescente svalutazione, anche se non generalizzata all'interno mondo analitico, degli aspetti conoscitivi dell'impresa psicoanalitica: il valore terapeutico dell'insight viene talora addirittura negato, mentre gli aspetti di ricostruzione «archeologica» del passato del paziente vengono irrisi (e non tanto per un rifiuto — che mi pare epistemologicamente corretto — di quanto di più ingenuo e grossolano è presente nell'approccio archeologico freudiano, quanto per una perentoria asserzione che nessuna «verità» è raggiungibile, nemmeno nei termini di ipotesi ricostruttive rispondenti alle rappresentazioni interne che il paziente ha del proprio