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Sottotitolato Autobiografia di un uxoricida, questo libro è il racconto in prima persona di un caso giudiziario e psichiatrico che appassionò l'opinione pubblica dei primi del Novecento. Un giallo, si direbbe oggi, ma al tempo stesso un significativo documento della storia della psichiatria di inizio secolo, oltre che del travaglio interiore di un uomo sensibile e misurato che, a un certo punto della sua vita, finisce per uccidere la moglie. Si tratta di un resoconto, scritto nel 1904, che viene ripubblicato ora, dopo essere stato stampato nel 1905 in appendice al volume di Lombroso e Bianchi Il caso di Alberto Olivo.
Ecco, in breve, la storia. Lui è un impiegato che, dopo anni di triste celibato, decide di sposare una donna dal passato non del tutto limpido, convinto di avere così sistemato la propria vita, e salvato quella di una povera derelitta. Lei è un angelo del focolare, o almeno così lui se la immagina quando le chiede di sposarlo; ma presto si lascia crescere unghie e denti e, sobillata da portinaie e comari, ne combina di tutti i colori: si mette a far la cresta sulla spesa, annacqua il vino del consorte (e beve quello che sottrae), pretende di imparare a leggere e a scrivere, comincia a raccontare menzogne e a minacciare di farsi degli amanti, e perfino a mescolare il proprio sangue mestruale nel vino, al fine di condurre il marito a uno stato di avvelenamento cronico. Vero o no, questo è quanto lui racconta. È un ménage che il marito vorrebbe grigio e sparagnino, ma che la moglie riesce invece a condurre come una snervante battaglia di posizioni tra un uomo il cui unico obiettivo sembra essere quello di far quadrare i conti della spesa, e una donna insofferente e sguaiata. Questo il tragico epilogo: è notte, la notte del 16 maggio 1903 e, dopo l'ennesima lite, lui si sveglia in preda alla sete ardente di chi sta perdendo la salute fisica e mentale. Chiede alla sua Ernestina una limonata, ma lei, invece di essere gentile e premurosa, comincia a insultarlo