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Tutti i rapporti psicoanalitici — non diversamente dalla vita umana, dalle partite a scacchi e da gran parte delle cose di questo mondo — hanno un inizio e una fine. «E il tempo, che abbraccia nella sua rassegna tutto il mondo, deve anch'esso aver fine», esclama Hotspur nell'ultimo monologo prima di morire (Shakespeare, c. 1595). Il giocatore può dare scacco matto al suo awersario, perdere, accettare la parità, annoiarsi del gioco e andarsene, o sbattere a terra la scacchiera con una manata in un attacco d'ira. Ognuno dei partecipanti alla relazione analitica può rinunciarvi (d'accordo o no con l'altro), emigrare all'estero, o morire. Eppure, quel che Freud ebbe ad affermare a proposito dell'analisi di un singolo sogno («non si è veramente mai certi di aver interpretato fino in fondo un sogno») si potrebbe applicare anche all'analisi nei suo complesso: per quanto lontano ci si spinga, si può andare ancora più in la; per quanto «in profondita», si può andare più a fondo ancora. In questo senso, dunque, la psicoanalisi e, a ben guardare, interminabile e può solo essere interrotta; la si deve considerare «interminabile all'interno di un trattamento psicoanalitico terminabile» (Berenstein, 1987). Se estendessimo questa affermazione paradossale sulla natura del rapporto analitico anche ad altre relazioni umane — da quella con l'oggetto primario in avanti — forse comprenderemmo meglio le cause di tanta sofferenza psichica.