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Penso che la maggior parte di noi, non appena acquisita sufficiente esperienza e fiducia in se stessi per poter riflettere criticamente sulla propria prassi analitica, abbia riconosciuto attraverso il riscontro della trasformazione della relazione di riuscire solo «in certi momenti» a lavorare creativamente con i pazienti, e con alcuni più frequentemente che con altri; troppo spesso invece, malgrado tutte le «buone intenzioni», ci si ritrova in penose situazioni di conflitto, od in soddisfacenti situazioni «come se si lavorasse», nella cui ripetitività riconosciamo poi solo sterile compiacenza; la cosa è ancora più evidente nel corso delle supervisioni, non solo perché «è più facile vedere la pagliuzza nell'occhio dell'altro etc.», ma anche perché il minore coinvolgimento emotivo rende più facile la funzione riflessiva rispetto alla «presa diretta». Viene immediato di chiedersi «perchè», non solo per interesse scientifico ma anche per ragioni di etica professionale, ed è evidentemente nell'analisi del controtransfert, ovvero del vissuto dell'analista, come preferisco chiamare con un termine più comprensivo e meno connotato quell'insieme di rappresentazioni sentimenti passioni ed emozioni che viviamo nell'incontro analitico, che dobbiamo cercare le indicazioni possibili; mi sembra quindi che il «problema del controtransfert» richieda di formulare delle ipotesi sui «perchè», o meglio per abbandonare subito le fascinazioni del riduzionismo causale, delle ipotesi sui «quando»: rifacendoci agli sviluppi più recenti dell'ermeneutica, cercare le eventualià più ampie in connessione con le quali certi eventi che ci stanno particolarmente a cuore, come la simbolopoiesi e la relazione simbolica, possono attuarsi;