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Il libro «Freud a Hollywood» è il frutto del lavoro a quattro mani di una psicoanalista e di un giornalista con approfondite conoscenze nei campo del cinema. Questa collaborazione apparentemente anomala ha dato vita a un prodotto gradevole, fresco nella sua fluente scorrevolezza, a tratti francamente divertente, sebbene il ricorso talvolta esasperato alla battuta finisca in certi punti quasi più per nuocere alla lettura che per giovarle. Gli autori accompagnano il lettore in un viaggio lungo il quale gli mostrano come la cinematografia di matrice hollywoodiana si è interessata e ha descritto la disciplina della psicoanalisi e la figura dello psicoanalista. Le tappe di questo viaggio sono numerose, dal momento che la psicoanalisi ha sempre attratto con notevole frequenza l'interesse di cineasti e sceneggiatori; meno notevole, spesso, è il modo nei quale tale interesse si è concretizzato, e di questo il libro dà svariati esempi, ben descritti e circostanziati: si va da quelli che possiamo chiamare gli inizi (attorno agli anni '30), all'insegna di una certa naiveté della descrizione di questa scienza e dei suoi tecnici, via via fino ai frutti più recenti della produzione cinematografica. Durante il tragitto gli autori segnalano le varie modificazioni alle quali la figura dello psicoanalista di celluloide è stata sottoposta; gli psicoanalisti, inizialmente descritti con caratteristiche di filantropici benefattori, col tempo si modificano radicalmente, finendo sempre più per essere delineati come dei venali professionisti senza scrupoli, oscillanti fra la bizzarria e il cinismo. Un capitolo a parte viene dedicato ad Alfred Hitchcock (è il più riuscito del libro) e a Woody Allen, e in un'appendice conclusiva viene infine raccontata l'incredibile vicenda del film di John Houston Freud, passioni segrete.
Preso atto della fondamentale piacevolezza del libro, che per il suo discorsivo stile giornalistico è consigliabile e sicuramente accessibile anche a chi non abbia competenz