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In statistica un'inferenza si dice robusta se piccole variazioni nelle assunzioni di base non la inficiano irreparabilmente. Il compianto Michel Silvestre, analista dell'Ecole de la Cause Freudienne, amava dire che la psicanalisi freudiana è una pratica robusta. Non la inficiano piccole, e non tanto piccole, variazioni degli assunti teorici su cui si basa. Il risultato di una psicanalisi non manca mai e è sempre documentabile a livello clinico.
Di essere di fronte ai risultati di una pratica robusta è l'impressione che ho sempre avuto leggendo nel corso degli anni gli scritti di Lai. Impressione confermata dal suo ultimo libro, Disidentità. Lai è innanzitutto un clinico. La sua clinica dimostra come ci sappia fare col discorso del paziente, intervenire al momento giusto, portarlo a una conclusione, anche a un cambiamento. Questo si chiede a un analista: di pilotare il soggetto fuori dal porto sicuro del suo studio verso un destino che l'analisi ha ampiamente cartografato. Ma Lai è anche un teorico. Benché per anni abbia propugnato, certo provocatoriamente (se è vero che lo conosco) ma anche per esigenze d'igiene mentale, lo slogan: tecnica senza teoria , Lai non cessa di teorizzare sulla sua pratica. Con Disidentità conclude un percorso teorico che aveva preso le mosse da Le parole del primo colloquio , dove discuteva di come individuare il tema dominante, inteso in senso musicale, sin dalle prima battute del discorso clinico. Nello spazio apertosi col programma «tecnica senza teoria» raccoglie materiali che, non ancora sistematizzati, confluiranno ne La conversazione felice . Oggi, con Disidentità, organizza l'esperienza clinica di sempre non in un sistema chiuso ma sotto un paradigma ben riconoscibile. Tagliando una certa ipertrofia