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Difficilmente gli uomini non abusano del potere che è stato loro concesso (A. France, citato da Freud, 1937c, Osf, 11: 532).
Il metodo migliore per comprendere la psicoanalisi, spiegava Freud nel 1922 (; Osf, 9: 439), è quello di ripercorrerne la nascita e lo sviluppo. Su questo punto è però bene essere scettici. Quanta fedeltà alla storia ci si può aspettare da coloro che scrivono da sé la loro storia? Non sono anche loro soggetti agli stessi meccanismi di rimozione, pensiero magico e idealizzazione, così come lo sono i nostri pazienti, quando raccontano la storia della loro vita? Con che rapidità poesia e realtà si mescolano poi tra loro? Alla fine del proprio autoritratto ci si vede così come ci si vuole vedere. È stato Freud a mettere mano per primo a questo modo tendenzioso di scrivere la storia. Il modo in cui egli si presenta ai giovani, in termini dell'eroe solitario, elevato in un'atmosfera mitica, e perseguitato da tutti, richiama l'Antico testamento. Fino al momento in cui studiosi estranei alla psicoanalisi non cominciarono a scriverne la storia, gli allievi e i seguaci di Freud hanno continuato a scrivere di storia della psicoanalisi seguendo la strada da lui inaugurata. Jones è un impressionante esempio di ciò. Lo stesso caso Eissler mostra come anche le teste più critiche possano cadere in questa deformazione. Nel descrivere il lento svilupparsi del distacco tra Freud e Jung, egli (Eissler, 1965; tr. it. 1979) sottovaluta il significato della provocazione consistente nel fatto che Jung, a quel tempo ancora presidente dell'Associazione psicoanalitica internazionale (Ipa), non fosse stato da Freud invitato a far parte del comitato segreto dei portatori dell'anello.