You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Negli ultimi anni la psichiatria sembra aver ritrovato l'antico amore per l'oggettività scientifica; premesse inevitabili un approccio rigidamente descrittivo e un rifiuto per ogni teoria in nome della neutralità. Ciò ovviamente ha investito prima di tutto il problema della diagnosi in quanto momento fondativo e definitorio dello stesso oggetto d'indagine. Numerosi tentativi sono così stati fatti per standardizzare i criteri diagnostici dei disturbi mentali e molti di essi sono confluiti nel Dsm-III, a cui seguirà un Dsm-IV e così via. Il Dsm-III, naturalmente fondato su un approccio «ateoretico» e «descrittivo», si presenta infatti come un work in progress, un vero campione di «oggettività scientifica» in continua evoluzione. Alcune recenti proposte per l'introduzione dei «meccanismi di difesa» — nel glossario e ovviamente in un linguaggio «descrittivo» — hanno così fatto gridare allo scandalo per il «tradimento» del principio della «neutralità teorica» (Migone, 1987). D'altra parte non pochi psichiatri si aspettano che il computer li sostituirà nel gravoso compito di emettere la «diagnosi», come se una diagnosi completamente «neutrale» e «oggettiva» possa finalmente mettere a tacere i loro scrupoli professionali e scientifici. Altri per fortuna non condividono tanto amore per l'oggettività e la neutralità e pensano, piuttosto, che solo un approccio «più coinvolto» ed «empatico» possa riuscire a fare del momento diagnostico il difficile punto di partenza dell'atto terapeutico. D'altra parte l'«oggettività scientifica» ha un fascino innegabile; essere «neutrali» e non farsi coinvolgere, anche solo in posizioni teoriche, unisce i pregi di una «vita tranquilla» a quelli di una politica dalle «mani pulite». Il crescente impiego dei sistemi di computerizzazione ha poi reso «intollerabile» la grande «confusione» nell'universo semantico