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Va da sé, credo, che assumersi l'incarico di stilare una rassegna, una guida ragionata sullo stato del dibattito su argomenti di accesa controversia — e quello del rapporto tra psicoanalisi e metodo scientifico è un argomento, periodicamente, dei più infiammabili — significa offrirsi al consenso di chi apprezza una riuscita sintesi di migliaia di pagine (nonché la gratitudine per il «risparmio energetico»), ed espone al rischio di scontentare chi non ritrovi un autore o un punto di vista sufficientemente rappresentato o chiarito. Lo scritto di Giusberti e Melella, che mi pare destinato a incontrare più la prima eventualità che la seconda, mi ha indotto due ordini di riflessioni.
La prima, più di merito specifico, riguarda la caratterizzazione probabilistica dell'assetto conoscitivo scientifico della psicoanalisi. Certo, che il concetto di probabilità — più vicino, tutto sommato, a quello di indeterminazione che a quello di determinismo — venga invocato per corroborare un'immagine scientifica della psicoanalisi, sa di «ironia della sorte» per una disciplina nata nell'humus del positivismo e cresciuta con un insistito bisogno di validazioni causali. Questa è tuttavia una prospettiva di consistente interesse, rintracciabile variamente in diversi autori (v. per es.: Pap.), ma poche volte e poco organicamente enunciata. Una prospettiva, comunque, che ammette degli sviluppi anche differenti da quelli legati al concetto hempeliano di «disposizionalità». In particolare, vorrei richiamare un contributo di Musatti, il quale pure non si fonda sulla teoria della probabilità nella sua argomentazione, ma offre spunti rilevanti al riguardo. Musatti, è piuttosto noto, ha descritto il metodo psicoanalitico in analogia con il metodo giudiziario, che va all'individuazione della «verità» con un procedimento bastato sulla convergenza degli indizi. Per «verità» qui possiamo intendere sia il valore esplicativo delle proposizioni teoriche che la corrispondenza con la base empirica, il fatto