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Un segno distintivo della grandezza di un ricercatore è dato dalla misura di cose non chiarite, aperte, non ancora riordinate, oscure e contraddittorie che egli lascia in eredità ai posteri.
Le opere* dei primi allievi e collaboratori di Freud, e cioè dei membri della confraternita segreta dei portatori dell'anello, giacciono al giorno d'oggi nella sezione storica della biblioteca psicoanalitica. Le opere di Ferenczi rappresentano invece un'eccezione. Esse vengono vivacemente discusse dovunque sia in atto la ricerca di nuove soluzioni ai costantemente aperti problemi della tecnica psicoanalitica. Proprio colui che Freud, a partire dal 1928, aveva ammonito a causa dei suoi esperimenti tecnici — «E per di più deve dare ascolto ad un'ammonizione da parte del brutale padre», scrive Freud a Ferenczi nel dicembre 1931 (Jones, : ed. it. 1977, p. 196) —, ed alla fine ripudiato, colui che era stato diffamato dai suoi colleghi («un vile e losco intrigante», secondo Jones, citato da Balint, 1968: tr. it. 1983, p. 277), colui i cui scritti erano stati soppressi (fino al 1955 sembrava proprio che la psicoanalisi avesse definitivamente messo da parte le idee di Ferenczi, afferma Balint, cfr. l'Introduzione al Diario clinico), va incontro ad un Rinascimento come nessun altro dei suoi compagni di strada. Fino a che punto però la psicoanalisi istituzionalizzata, e cioè coloro che la amministrano, ebbero successo nell'operazione di soppressione degli scritti di Ferenczi lo dimostra il dato di fatto che il suo diario potè per la prima volta essere pubblicato soltanto nel 1985 (in Francia), e che la comparsa del carteggio