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Negli ultimi mesi sono intervenuto diverse volte sui problemi gravi che la definizione giuridica dell'ordinamento della professione di psicologo ha suscitato rispetto alla psicoterapia. Rimando all'intervento apparso sul n. 3/89 del Giornale Italiano di Psicologia ed al mio contributo che verrà pubblicato nel volume a cura di Benvenuto e Nicolaus che verrà edito da Feltrinelli. Ho trattato le incongruenze giuridiche, analizzato la cultura che la legge 59/89 esprime, le conseguenze che la posizione dello specialismo avrà sull'operatività psicoterapeutica e sull'assistenza psichiatrica.
In questa sede mi soffermo su un fenomeno socioculturale interessante e significativo.
Il capitolo del libro che ho segnalato prende lo spunto da una intervista fattami nel 1985 da Benvenuto per conto dell'IROSS, istituzione del Consiglio Nazionale delle Ricerche, pubblicata nel n. 1/86 del Bollettino IROSS. Il titolo dato al contributo fu «Chi fa veramente psicoterapia in Italia» e si riferiva ad uno dei passaggi della conversazione nel quale si metteva in luce come la vera erogazione di psicoterapia, quella che non si limita alla patologia che non desta preoccupazioni, viene effettuata, con poche eccezioni, dal personale di base dei servizi pubblici: più il caso è difficile e meno viene trattato dagli «esperti», al contrario di quello che avviene nelle altre branche della medicina. È un dato di fatto inoppugnabile che ha proceduto nel silenzio istituzionale e nel silenzio stampa per decenni.
Tutti hanno potuto invece constatare quanto spazio abbiano offerto alle vicende della regolamentazione dell'attività psicoterapeutica i mezzi di comunicazione di massa, con l'alibi della difesa dell'utente, quando sono stati toccati gli interessi privati di vario ordine dell'area libero-professionale e accademica, in particolare rispetto al mercato della formazione. I contenuti e la forma non hanno brillato come esempi di esercizio critico nell'analisi di un fenomeno sociale rilevante. Di frequente,