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Il libro della Schwing è stato pubblicato per la prima volta in Italia nel 1988, con un ritardo di quasi 50 anni rispetto all'edizione originale tedesca del 1940. Questa riscoperta di una personalità, peraltro assai nota nel panorama della psicoterapia della psicosi, è avvenuta per merito del curatore del libro Marco Conci (che ne è anche il traduttore), con la collaborazione di Simona Taccani, i quali con affettuoso interesse hanno fornito al lettore italiano un testo che avrebbe dovuto comparire assai più tempestivamente molti anni fa.
L'autrice, tuttora vivente, figlia di un medico, di nazionalità svizzera, ha lavorato molti anni come infermiera, prima per malati somatici gravi e poi per malati mentali. In questa seconda fase intraprese una terapia psicoanalitica in seguito alla quale andò a lavorare a Vienna come collaboratrice di Federn, il quale divenne suo maestro e ne apprezzò sommamente il talento. In seguito la Schwing tornò in Svizzera e lavorò in una clinica universitaria fino all'ultima guerra; abbandonò quindi in quegli anni la professione perché, essendosi sposata e avendo avuto dei figli, sentiva di non poter investire sufficientemente sui malati mentali quell'amore materno che ormai aveva riversato sui suoi bambini. Molti illustri psicoanalisti, fra i quali Bleu-ler, Abraham, Hollos, richiesero la sua collaborazione, ma la Schwing da allora non riprese più la professione di infermiera, lavorò privatamente come analista, e, nel pubblico, come formatrice di personale psichiatrico. La Schwing, pur non essendo laureata, fu accettata fra i membri delle società psicoanalitiche svizzera ed austriaca, il che testimonia della grande stima e considerazione di cui godeva.
Nel suo libro la Schwing descrive numerosi casi clinici di pazienti donne ricoverate presso una clinica psichiatrica universitaria; la lettura di queste pagine suscita