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Il titolo abbastanza inconsueto e provocatorio di questo scritto si riferisce al mio desiderio di mettere a fuoco, nella collettività scientifica, mie esperienze sui rapporti tra la dimensione religiosa e quella psicologica di profondità, delle quali io stesso sono stato il protagonista attivo e passivo e che mi hanno consentito riflessioni e deduzioni che ho desiderato porre in scambio con altri. Esperienze, in qualche momento traversie soggettive, che mi sono sembrate emblematiche non solo del difficile rapporto corrente fra la dimensione religiosa e quella psicologico-scientifica dell'uomo contemporaneo, ma anche della possibile involuzione dell'una e dell'altra; ciò, a sua volta, causa di un loro confronto reciproco sempre più aggrovigliato e difficile.
Obiettivamente le mie difficoltà personali hanno avuto il carattere di una certa banalità, anzi esse mi hanno aiutato a crescere, e servono solo da pre-testo al discorso più generale che segue. Esse sono originate dal semplice fatto che io, un rappresentante ufficiale del pensiero cattolico in campo scientifico, facessi anche parte in modo istituzionale del movimento psicoanalitico. Dall'altra parte che io, desideroso di essere riconosciuto formalmente psicoanalista dai relativi organi societari, fossi anche inequivocabilmente identificato come un cattolico.
Evidentemente le due cose in Italia, per quanto oggi sempre di meno, non co-utuntur. Così all'Università Cattolica mi sentii guardato con sospetto, fui accusato esplicitamente un giorno da un collega gesuita di essere un tipo da dover essere da lui controllato e fui ammonito più volte dal rettore magnifico di quel tempo di correre il rischio di perdere la fede, per il fatto di essere psicoanalista; analogamente appresi che ero stato discriminato da un cardinale di curia, al quale mi ero rivolto per ottenere