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In un famoso esempio, Freud paragonò il lavoro dell'analista a quello dell'archeologo, almeno in linea di massima. La metodologia analitica si organizza lungo una dimensione archeologica, e costruttivista, in quanto ciò che interessa è il contenuto di verità storica dell'analizzando, cioè il tipo di verità che il soggetto si è costruito nel corso della sua vita secondo le fantasie e le difese che ha organizzato attorno a uno o più problemi essenziali della propria struttura originaria di relazione. L'analista offre le strutture formali e interpretative che consentono di collegare un materiale di ricordi ed emozioni che giace sepolto sotto la rigidità e la stereotipia delle difese dell'analizzando. Per esprimerci con le stesse parole di Freud: «L'analista deve scoprire, o per essere più esattti costruire, il materiale dimenticato a partire dalle tracce che di esse sono rimaste» (Freud, 1937: 543). L'episteme analitica si compone di una prassi ermeneutica dell'intertestualità sia a livello sincronico (nella rilevazione del contesto associativo della sintassi linguistica espressa nelle verbalizzazioni - parole e silenzi - e nell'agire del soggetto), sia a livello diacronico (nella rilevazione del processo genetico riprodotto nell'hic-et-nunc della relazione analitica). Questo significa essenzialmente che la psicanalisi istituisce un legame particolare e specifico fra il visibile (ogni fatto osservabile nel comportamento umano, sia esso patologico o «normale») e l'invisibile (tutte le qualificazioni e le motivazioni inconsce del comportamento). In altri termini: la ricerca e la costruzione del non-detto a partire dal detto. Il non-detto non è un messaggio cifrato da decodificare (ogni piccola