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Questo libro è il risultato di un convegno che si è tenuto a Villa Olmo sul lago di Como nell'aprile del 1985 arricchito da contributi di autori assenti a quel convegno, i cui interventi sono stati inseriti come capitoli del libro per la loro importanza e pertinenza con l'argomento affrontato.
L'obbiettivo dei curatori del testo è quello di riproporre alla discussione il concetto di coscienza da troppo tempo trascurato in psicologia - solo negli ultimi anni infatti c'è stata una rinascita di interessi per l'argomento fra psicologi, filosofi, esperti in neuroscienze e scienze sociali dopo una assenza di mezzo secolo - e troppo disinvoltamente accettato ed utilizzato come se si trattasse di un concetto adeguato ed esaustivo per descrivere i fenomeni psichici degli esseri umani. La coscienza ha finito per essere infatti in molte teorie e formulazioni psicologiche più che una proprietà della mente umana la mente stessa, e ne è diventata uno dei presupposti conoscitivi.
Alla base di questa impostazione che potremmo chiamare con un brutto neologismo coscienzo-centrica sta il famoso «cogito cartesiano» che, come stabilisce Kathleen V. Wilkes nel secondo capitolo, costituisce il fondamento imprescindibile della conoscenza nello stato psicologico di un individuo nel momento in cui si osserva introspettivamente. Se in altri campi della conoscenza tale certezza conoscitiva è stata progressivamente messa in discussione con una più rigorosa definizione epistemologica, basti pensare alle rivoluzioni nella fisica e nelle scienze matematiche avvenute nella fine dell'Ottocento e nei primi del Novecento e gli sviluppi dell'empirismo logico, in psicologia e nelle discipline ad essa legate molti concetti e molte definizioni sono basate ancora sulla coscienza e sull'autocoscienza anche se la critica fenomenologica soprattutto con Husserl già a quell'epoca aveva messo in discussione l'impostazione ontologica della psicologia. La psicoanalisi stessa nel momento in cui individua l'inconscio