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L'esperienza per cui il bambino, nel periodo che va dal sesto al ventesimo mese circa, dopo aver percepito nello specchio le immagini di sé stesso e del genitore che lo affianca, le elabora nel senso di riconoscerne il carattere irreale riconducendole alla loro fonte originaria e cioé al corpo proprio e dell'altro, è stata particolarmente studiata dalla psicologia descrittiva e fenomenologica. È col famoso articolo di Jacques Lacan del 1949 che tale complessa esperienza
entra a pieno titolo nel discorso psicoanalitico rivelando un suo sgnificato non solo cognitivo ma formativo del Sé del bambino. Questo valore formativo consiste nell'assunzione di un'immagine totale del corpo umano capace di dare al soggetto, ancora dominato da esperienze di sé frammentarie e incoerenti, una padronanza immaginaria del proprio corpo prematura rispetto al processo maturativo; forma visiva immaginaria interpretabile come assunzione non di un nuovo contenuto mentale, ma di una nuova funzione: la funzione narcisistica ideale. In verità, l'ipotesi lacaniana di una «fase dello specchio» è rimasta sostanzialmente estranea allo sviluppo della teoria psicoanalitica. Da qui l'importanza del tentativo dell'autore di elaborarla all'interno del modello delle rappresentazioni mentali e della propria concezione del narcisismo. Rispetto a quest'ultima, lo stadio dello specchio si è rivelato particolarmente significativo in quanto momento costitutivo, sia dal punto di vista temporale che formale, della struttura narcisistica più specificamente umana: il narcisismo idealizzante. In effetti, la prima immagine speculare riflessa, e cioé l'immagine combinata genitore-bambino, costituisce il prototipo dell'oggetto-Sé ideale; vale a dire di quelle complesse rappresentazioni visive o ideative che, nel corso della sua esistenza, l'essere umano non cesserà mai di ricercare o inventare al fine di mantenere una specifica forma di sicurezza narcisistica - il narcisismo ideale -, aperta per sua natura a un proc