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La psicoanalisi costituisce senz'altro un fenomeno rilevante della cultura del nostro secolo, ma se su questo punto è possibile trovare un accordo abbastanza generalizzato, non è altrettanto facile giungere ad una valutazione obiettiva del suo valore scientifico (nella prospettiva sia terapeutica che conoscitiva). Questo dibattito è ormai vecchio come la psicoanalisi, ma sta assumendo attualmente caratteristiche diverse per vari motivi. Agli inizi le critiche venivano formulate solo all'esterno della psicoanalisi mentre all'interno avvenivano più che altro le scissioni, conseguenza inevitabile di una parte della sua teoria (Fossi, 1990); attualmente critiche consistenti stanno nascendo anche dall'interno poiché un gruppo sempre più consistente di psicoanalisti avverte il pericolo di restare isolati dal resto del pensiero scientifico e di avvicinarsi sempre più alle pseudoscienze. Il discorso che svolgerò riguarderà la psicoanalisi, ma penso che sia abbastanza chiaro come esso possa e debba essere esteso a quasi tutto l'indirizzo psicodinamico. Un altro fattore significativo sono le indagini storiche meno ingenue e non più apologetiche sulla psicoanalisi e che ce la collocano nella dimensione di una disciplina profondamente radicata nelle scienze ottocentesche. Non è da sottovalutare neppure un'aria di crisi che investe le grosse ideologie ottocentesche.
Il termine psicodinamico è mutuato da uno dei tre princìpi generali della metapsicologia freudiana e sta a significare che i fenomeni psichici sono determinati da una forza che a sua volta è il risultato di una conflittualità tra forze di natura istintuale. Le ormai numerose scuole psicodinamiche sembrano condividere il presupposto che alla base del comportamento, sia normale che patologico, stanno dei fattori inconsci e che la psicoterapia, che di tali indirizzi costituisce una parte integrante, si basa