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Nell'area sempre più estesa degli interventi psicoterapeutici i fattori «reali» del successo si prospettano con ben poca chiarezza concettuale e terminologica. Più che le teorie, le tecniche e l'esperienza sembra ancora confermato che la personalità del terapeuta sia sempre il fattore più importante. Se ciò è vero, e vale in generale, devono esservi preponderanti denominatori comuni tra i vari tipi di psicoterapia, sui quali la suddetta personalità possa far leva. Si aggiunga del resto, che teorie e metodi diversi sembrano poter giovare allo stesso tipo di pazienti.
Questi punti di vista sono ormai generalmente accettati anche da noi (v. Migone) ed hanno dato luogo, nella psichiatria di lingua inglese, addirittura a riviste ed accademie di indirizzo eclettico ed integrativo. Se ne sono occupati molto recentemente Beitman, Goldfried e Norcross, cercando anche di collegare tale indirizzo al nostro generale Zeitgeist culturale e sociopolitico (1). Essi sottolineano il ruolo assai maggiore dei fattori comuni alle diverse terapie in confronto a quelli specifici di ciascuna. Solo il 10-12% del risultato dipenderebbe dalle varianti tecniche, il resto dal terapista o dal paziente. Goldfried ha addirittura affermato che i fattori comuni terapeutici sono così solidi da resistere alle distorsioni imposte dalle basi teoriche dei terapisti. Il lavoro di Beitman e collaboratori tende però a circoscriversi, alla fine, ad un confronto tra psicanalisi e terapie comportamentali. A me sembra che i fattori comuni ed aspecifici meritino una analisi più generale, specie nel confronto con quelli specifici.