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Questa sezione è aperta al contributo dei lettori e gli interventi non sono sottoposti al parere del comitato di lettura, per cui il loro livello qualitativo impegna esclusivamente gli autori.
I dattiloscritti non devono superare le 10.000 battute, corrispondenti a 3 pagine della rivista. Si prega di non ripetere argomentazioni già adoperate da altri autori, sintetizzando i riferimenti indispensabili per la comprensione del testo.
Le riflessioni di Michele Ranchetti sul mio scritto «Psicoanalisi e Religione; una possibile perversione?» pubblicate sul numero precedente di questa Rivista, mi consentono alcune precisazioni volte a chiarire il mio pensiero. Ringrazio pertanto Ranchetti di avermele rese possibili e, auspicabilmente di risolvere così le «reticenze» che egli ha trovato in quanto ho detto.
Innanzitutto, io non penso che le due Agenzie a confronto, la Chiesa e la Psicoanalisi, non consentono di per sé la doppia rispettiva appartenenza; sono piuttosto alcuni dei membri dell'una e dell'altra, e fra di essi anche alcuni dei loro maggiori responsabili, che non vedono questa possibilità e che la combattono: gli uomini della Chiesa accusando gli psicoanalisti, chi piú chi meno apertamente, di empietà; e gli psicoanalisti indicando nei primi, anche qui secondo vari gradi di evidenza, una nevrosi a contenuto religioso. Tuttavia il problema supera questi uomini e si prospetta in un modo del tutto diverso; un modo che S. Freud