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Joel Kovel, che i lettori di questa rivista conoscono attraverso L'industria americana della salute mentale, pubblicato sul n. 4/1986, ci propone con questo volume la sua evoluzione intellettuale di psicoanalista politicamente impegnato: «Fin dall'inizio del training non potevo fare a meno di sentire la tensione tra ciò che io sentivo che Freud significava per me e quel che i miei insegnanti facevano delle sue teorie — scrive l'autore nell'introduzione. — Fu un'ostilità a prima vista: un'avversione intuitiva nei confronti dell'‘americanizzazione’ della psicoanalisi, e cioè la castrazione di Freud trasformato nel progenitore di una psicologia dell'adattamento». Che Kovel sia rimasto fedele a quest'impegno lo testimoniano i diciassette saggi che seguono, suddivisi dall'autore in cinque sezioni, allo scopo di marcarne i confini tematici e temporali. In un arco di tempo che va dal 1972 al 1986 passiamo dalla psicostoria, ad un serrato esame del pensiero di Marx, e infine al Nicaragua, e quindi al confronto con la teologia della liberazione. Al tempo stesso, sempre presente è la riflessione di Kovel sulle implicazioni sociopolitiche della prassi e delle istituzioni psichiatriche e psicoanalitiche — come del resto emerge anche dai suoi libri, tradotti in italiano, Guida alla terapia, e Nevrosi, capitalismo e desiderio.
È dunque per affrontare meglio questo viaggio che Kovel nella prima sezione, Personal writings, ci dà, in due brevi contributi, le sue coordinate di partenza e di arrivo. «Nel 1960 ero uno studente di medicina ed un ardente seguace di Wilhelm Reich», afferma l'autore in From Reich to Marcuse, in cui ci descrive la sua evoluzione nel corso di quel decennio: lo studio di Freud, iniziato nel 1963, l'esperienza di lavoro come psichiatria militare, il training psicoanalitico presso il Downstate Medicai Center di Brooklyn, e quindi il confronto con autori come Marcuse, Chomsky, e Fanon lo portano a scrivere il suo primo libro, White racism, del 1970. Tacciato di m