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Il pensiero moderno ci ha consegnato fondamentalmente due grandi modelli della psiche umana (normale e patologica): un modello che chiamerò fisiologistico e un modello solitamente denominato mentalistico. Nonostante i suoi indubbi meriti, il primo è apparso ad alcuni per più versi unilaterale e riduttivo, in quanto volto non solo a identificare gli eventi psichici con determinati processi neurofisiologici, ma anche a concepirli come null'altro che fatti astrattamente separati dai contenuti simbolico-culturali e dai contesti esperienziali che li sostanziano (1). Quanto al modello mentalistico, se ha certamente valorizzato quei caratteri per i quali l'universo psichico non coincide completamente coll'universo corporeo, è spesso incorso anch'esso in un errore fattualistico sotto taluni aspetti analogo a quello compiuto dai «fisiologisti». Troppo spesso i suoi sostenitori (penso in primo luogo ai cognitivisti, ma non ad essi soltanto) hanno fatto della psiche un sistema finito di funzioni che è sembrato a molti, da Hilary Putnam a Richard Rorty (2), un assai artificioso sopramondo adibito all'esecuzione delle prestazioni umane. Correlativamente, per un ampio schieramento di studiosi il compito essenziale del sapere sul mentale si è configurato come una sorta di inventario ne varietur