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La questione del «riconoscimento» degli psicoterapeuti continua a riempire un capitolo della storia della psicologia e della psichiatria italiana con pagine di triste folklore. Queste vanno commentate nel loro svolgersi quotidiano, affinché le responsabilità specifiche siano chiaramente definite e ne vengano tratte le conseguenze per organizzare iniziative concrete dirette a controbattere lo stravolgimento della cultura psicoterapeutica operato, e voglio dire perpetrato, con la legge n. 56/89. Dedico alcune righe di questo editoriale ad una osservazione di carattere generale. Qualche esponente della nostra psicologia organizzata ha rilasciato dichiarazioni auliche sulla necessità di «volare alto» nella battaglia culturale che ci ha visto impegnati a più livelli sul problema in oggetto. Queste dichiarazioni sono in assoluto contrasto con il piccolo cabotaggio della difesa, a mio avviso irresponsabile, di interessi particolari che contraddistingue le operazioni svolte e in svolgimento tramite le «commissioni» costituite nel biennio successivo alla promulgazione della legge. Decisioni alle quali non sono certamente estranei coloro che si dichiaravano aquile. Cessato, e spentosi rapidamente, il trionfalismo che accompagnò l'approvazione della legge, la gestione dei suoi contenuti ha messo in evidenza tutti i fenomeni da noi previsti. Richiamo in proposito, per le considerazioni in essi contenute e che non sto a ripetere, i miei contributi apparsi sul Giornale Italiano di Psicologia (n. 2, e 4, ), l'articolo di Palmonari e Zani (, n. 3, ) e l'intervento di Franco Carinci, ordinario di diritto del lavoro presso l'università di Bologna (, n. 1, ). E'