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«Non credo che dobbiamo sentirci in lutto per Freud né continuare a pretendere passivamente ciò che egli non ha potuto darci in modo diretto. Mi sembra piuttosto che siamo stati sufficientemente colmati dalla sua potenza eccezionale da non doverci sentire abbandonati … e fare quindi appello a meccanismi perversi compensatori». Con questo atteggiamento di precisa distanza dal timore di trasgredire certezze teoriche e psicogenetiche rassicuranti e con l'altrettanto precisa convinzione che l'ascolto clinico rivendichi l'apertura della problematica psicoanalitica a nuovi campi di approccio, Bergeret propone un modello qualitativo di tipo propriamente metodologico dell'articolazione tra clinica e teoria. Come egli aveva già affermato in La personalità normale e patologica e soprattutto in Depressione e stati limite , la trasmissione del cosiddetto «sapere» psicoanalitico rischia negli ultimi decenni di mummificare la potenza e la potenzialità euristica dell'opera freudiana in organismi centralizzati, cappelle e contro-cappelle, universitarie o meno, che in nome di Freud mortificano lo spirito scientifico e lo statuto stesso della psicoanalisi. A questo proposito, Bergeret ricorda la posizione di Kernberg al Simposio di Taunton del 1984, secondo la quale l'attuale formazione psicoanalitica consiste in una