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Questa sezione è aperta al contributo dei lettori e gli interventi non sono sottoposti al parere del comitato di lettura, per cui il loro livello qualitativo impegna esclusivamente gli autori.
I dattiloscritti non devono superare le 10.000 battute, corrispondenti a 3 pagine della rivista. Si prega di non ripetere argomentazioni già adoperate da altri autori, sintetizzando i riferimenti indispensabili per la comprensione del testo.
Vorrei intervenire a seguito della recensione di Paolo Migone al libro di Vittorio F. Guidano, La complessità del Sé, Torino: Bollati Boringhieri, 1988 (1). Anche se non ho potuto leggere il libro, mi permetterei comunque un paio di osservazioni, stimolate dalla recensione. Anzitutto, le tesi di fondo di Migone mi sembrano essere due: 1) Guidano non ha detto nulla di nuovo rispetto alla psicoanalisi, anzi arriva alle stesse conclusioni; 2) Guidano scorrettamente non ha mai citato l'apporto psicoanalitico in merito a quanto discute. Concessa la tesi n. 1, si potrebbe però darvi una valutazione esattamente inversa: il fatto che le sue conclusioni corrisponderebbero a quelle psicoanalitiche, ma partendo da premesse di metodo e da una visione della mente piuttosto diversa (cognitiviste), può risultare una corroborazione di «classiche» teorie psicoanalitiche. Le teorie rivelatesi affini, fatto salvo il diverso linguaggio, non sarebbero mero esito del paradigma entro cui dapprima son nate, ma sono ricavabili pure da altro paradigma. Ebbene questo fatto, almeno per le concezioni epistemologiche che