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Migone conclude la sua recensione al volume di Vittorio Guidano La complessità
del Sé, (1) sottolineando un fatto estremamente interessante: «Già in psicoanalisi spesso pare che analisti appartenenti a scuole diverse si comportino in modo simile col paziente; è ironico vedere ora che non vi è poi tanta differenza neanche tra la psicoanalisi e questo approccio (la terapia cognitiva, n.d.r.)» (p. 125). Credo che questo sia il dato clinico più rilevante individuato da Migone nel suo lavoro su «la nuova terapia cognitiva» e meritevole di attenta riflessione da parte di coloro cui preme lo sviluppo della psicoterapia come disciplina scientifica. Condivido l'impressione di Migone che la psicoterapia cognitiva attuale abbia una certa somiglianza con la psicoterapia dinamica o psicoanalitica. Di più mi sembra di notare che talune somiglianze possano essere riscontrate anche nella nuovissima terapia sistemica individuale (Telfner, 1991). E tutto ciò, come nota Migone «la dice lunga sullo stato della psicoterapia come disciplina scientifica» (p. 125). Si pone con forza dunque l'esigenza di fornire una spiegazione di questo fenomeno che ritengo rilevante da un punto di vista storico e metodologico. Sembra infatti che in taluni casi si verifichi una sorta di riproposizione di fenomeni clinici, mosse relazionali, e sistematizzazioni teoriche che in buona fede ripercorrono in toto o in parte itinerari già compiuti da altri, come è accaduto ad esempio per il passaggio da un modello input/output ad uno perturbativo attuatosi in psicoanalisi, terapia sistemica e cognitiva. Pertanto ritengo la posizione di Migone colta e sottile, ma non del tutto condivisibile, infatti egli sembra muoversi nella prospettiva che vede la psicoanalisi come «madre di tutte le psicoterapie». Una prospettiva siffatta sembra essere uno dei molti miti costruiti a posteriori sulla psicoanalisi nell'ambito della politica di affermazione della disciplina (Sulloway, 1979) piuttosto ch